spinner

Da Babbo Natale

Le storie di Babbo Natale - Nikita

Le avventure di Babbo Natale a passeggio per la città

-15

10 Dicembre, mancano 15 giorni, 15 come il numero di letto in ...

... un ospedale pediatrico. Questa storia la dedico a tutti i bambini, e sono tanti, costretti a passare la feste di Natale all’ospedale. Mi fanno tanta tenerezza, tutti. Bianchi, neri, gialli, mulatti … tutti i bambini sono uguali, qualunque sia il colore della loro pelle e soprattutto quando sono malati. A loro porto il regalo che mi hanno chiesto e lascio una carezza. Dal sorriso beato che fanno, addormentati come sono, sono convinto che nel sogno mi vedono e ricambiano la mia carezza.
A loro va questo trattamento speciale perché se lo meritano. Sono troppo sfortunati.
Ma torniamo al nostro lettino numero 15.
La mia storia inizia un grigio lunedì mattina di fine novembre. Un tempo bigio con l’umidità che ti entrava nelle ossa. Faceva quel tanto di freddo che sempre ti fa venire voglia di una bella tazza fumante di cioccolata o di tè. Qualche cosa di bollente che ti mette caldo alle mani e al cuore.
Travestito da pagliaccio per far divertire i bambini avevo cominciato il mio solito giro per le corsie chiamando tutti per nome. “Ciao Mario, come ti senti? Ah Luca che bel faccino hai oggi … Oh Matilde, come sei contenta. Stai per uscire eh … Heilà vieni qua Mattia che giochiamo a braccio di ferro, tanto vinci sempre tu!” Nel letto 15 però non c’era più Andrea ma un bambino minuto e spaurito. Tutto rannicchiato su stesso. Una faccetta triste, triste. Era tutto avvolto nelle coperte e avevo notato, un paio di volte, che aveva tentato anche di ciucciare il pollice. Indefinibile l’età. Non mi aveva neanche guardato e nemmeno tentato di sorridere al mio spettacolino di giocoliere sfortunato. Prima di andare via lo guardai ancora. Una mezza lacrima era ferma all’angolo dell’occhio destro. Stessa scena il lunedì successivo e poi il lunedì dopo, e dopo ancora. Intanto perdeva i capelli e sembrava sempre più triste. Una cosa l’avevo notata. Non aveva mai con lui la mamma o il papà o almeno un nonno. Solo. Sempre. E non rispondeva neanche alle mie domande. Avevo chiesto alle infermiere. Ma quelle del turno di giorno sapevano poco o niente. Alla fine decisi di cambiare giro e di passare di lì la sera tardi. Scoprii così che quel piccolino la mamma ce l’aveva. Una giovane che sembrava più impaurita del suo bambino ma voi dovevate vedere come quel bimbetto si animava quando la vedeva arrivare da lontano. Passavano lunghi momenti abbracciati stretti, stretti a parlottare in una lingua strana. Stranieri dunque. Ecco perché Nikita, questo era il suo nome, non mi rispondeva. Così conobbi Nikita e la sua mamma Katerina. Russi. OK ma Babbo Natale sa anche il russo. Ovviamente. Il giorno dopo tornai a trovare Nikita e finalmente riuscii a strappargli il primo, sdentato sorriso. E mi raccontò tutto della sua mamma, del lavoro in nero che faceva per pagare la stanza dove vivevano e mandare un po’ di soldi ai suoi sfortunati fratellini. Papà non c’era più … insomma un’altra terribile storia dei giorni nostri. Sapevo bene a quel punto cosa scrivere come promemoria per Nikita e la sua mamma. Curiosi eh … la risposta il 25 dicembre, come al solito.